Nonostante in
patria sia con ogni probabilità la saga rpg più apprezzata in assoluto, in grado
di surclassare nelle vendite persino un certo Final Fantasy, nessuno dei
precedenti capitoli di Dragon Quest è mai riuscito a sbarcare sul suolo europeo.
Anche in Nord America, dove è stato a lungo conosciuto con il nome di Dragon
Warrior, la pubblicazione della serie è avvenuta a singhiozzo, avendo però
saltato “solo” il quinto e sesto capitolo per Snes. Il che la dice assolutamente
lunga sulla considerazione che in Giappone nutrivano (e per molti versi nutrono
ancora) di noi europei in quanto giocatori. Questa triste situazione sembra
comunque aver preso una svolta positiva con il qui presente Dragon Quest VIII
che, grazie all’acquisizione da parte di Squaresoft della storica Enix
(originaria detentrice del brand), segna il mai troppo tardivo debutto della
saga nel vecchio continente. Gli elementi che contraddistinguono Dragon
Quest fin dalla sua nascita sono essenzialmente tre: Un’ambientazione fantasy
assai classica (almeno per gli standard giapponesi), un gameplay ancorato a
delle meccaniche altrettanto retrò, ed infine il character design ad opera del
grande maestro Akira Toriyama. Se sull’ultimo punto c’è ben poco da dire, in
quanto il pubblico italiano conosce ormai a menadito l’originalissimo stile del
“papà” di Dragon Ball; un maggior approfondimento meritano sicuramente i primi
due. In uno scenario dove i giochi ruolo provenienti dal Sol Levante sembrano
aver imboccato la strada dell’innovazione ad ogni costo, andando ad
“imbastardire” il loro gameplay con elementi tratti sia dagli mmorpg che dagli
action game veri e propri, la saga di Dragon Quest si propone come l’ultimo vero
baluardo di un certo modo d’intendere il “role playing” su console. Pertanto,
senza prendere minimamente in considerazione quanto di nuovo si sia visto in
tutti questi anni (il settimo episodio per psx risale infatti al 2000), questo
ottavo capitolo ripropone praticamente inalterato il classico schema fatto di
incontri casuali suddivisi in turni, unitamente ad uno sviluppo dei vari
personaggi basato su classi prestabilite che ben poco spazio lascia alla
personalizzazione. Un simile approccio, per quanto datato, verrà sicuramente
accolto con grida di giubilo dai numerosi veterani del genere, pur rischiando di
tenere alla larga coloro i quali, essendosi avvicinati ai giochi di ruolo solo
di recente, potrebbero mal digerire la macchinosità e la frammentazione che una
siffatta impostazione inevitabilmente comporta. C’è da dire, comunque, che il
lavoro svolto dai Level5 per smussare gli spigoli più insidiosi di tale sistema
appare più che lodevole. Gli incontri casuali, ad esempio, si manterranno sempre
su livelli più che accettabili, garantendo al contempo un ottimo livello di
varietà e ragionamento. Lo sviluppo dei personaggi, inoltre, pur essendo
prestabilito sia per quanto riguarda le magie che le caratteristiche fisiche,
lascia al giocatore la libertà di scegliere in quale arma far specializzare
ciascuno dei protagonisti. Aspetto, quest’ultimo, che ne determinerà le capacità
offensive e l’apprendimento di determinati attacchi speciali. Stesso identico
discorso per quanto concerne la storia; la quale, come da tradizione, manterrà
un tono fiabesco dall’inizio alla fine, rinunciando a priori alla trattazione di
tematiche mature o controverse, tracciando al contempo una netta linea di
demarcazione fra il bene e il male. Componente nostalgica a parte, cos’è che
rende dunque questo DQVIII degno di essere giocato? In primis la grafica,
realizzata utilizzando in maniera massiccia la tecnica del Cel-shading, in cui i
ragazzi della Level5 si rivelano ancora una volta grandi maestri (avendolo
dimostrato sia con i due precedenti “Dark Cloud” che con il successivo “Rogue
Galaxy”). Il risultato finale, oltre a stupire l’incredulo giocatore in più di
un’occasione, finisce anche col creare l’illusione di trovarsi al cospetto di un
cartone animato interattivo, venendo aiutato in tal senso anche dallo splendido
design di Toriyama. Niente male se si pensa che il titolo, uscito in Giappone
nel 2004, non può essere certamente considerato un prodotto PS2 di ultimissima
generazione. Ma ciò che fa schizzare le quotazioni di quest’ennesimo lavoro
targato Square veramente alle stelle è senza dubbio vastità e la completezza del
mondo in esso contenuto, che risulta ricchissimo di location tutte
splendidamente realizzate. L’avventura, inoltre, pur essendo già lunga di suo,
non lesina certo per quanto concerne segreti, side-quest o quant’altro possa
contribuire ad innalzarne fascino e longevità. In mezzo a cotanto ben di Dio
spiccano sicuramente sia la possibilità di allevare dei team di mostri, che
potremo far combattere in un’apposita arena o chiamare in nostro aiuto durante
gli scontri più impegnativi, che quella di fondere assieme più oggetti
utilizzando apposite “ricette” da scovare in giro per il mondo. Grazie a
quest’ennesima ottima prova la saga di Dragon Quest si riconferma leader nel suo
genere, riuscendo a riproporre con successo quelle meccaniche che, pur avendo
contribuito a scrivere la storia del gioco di ruolo su console, vengono oramai
ritenute ingiustamente sorpassate e non più degne di considerazione.
Quest’ottavo capitolo risulta perciò adatto sia ai giocatori di vecchia data che
a quanti, attratti dall’ottima grafica e da un’impostazione abbordabile ma non
per questo superficiale, volessero per la prima volta avvicinarsi a questo
genere di gioco. L’unica riserva risiede perciò in una trama dal vago sapore
“disneyano”, la quale, pur non stupendo per originalità, riesce ugualmente a
catturare l’attenzione dell’utente, esattamente come una fiaba raccontata con
amore e dovizia di particolari.
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