Sul mancato successo delle console Microsoft nella terra del
Sol Levante si potrebbe disquisire a lungo. La cosa certa, però, è che la casa
di Redmond non può assolutamente essere incolpata di non averci almeno provato,
specialmente in occasione della loro seconda macchina da gioco, e il qui
presente Blue Dragon ne è appunto la dimostrazione. Sviluppato dalla Mistwalker,
dietro il cui nome si cela niente di meno che il geniale Hironobu Sakaguchi
(autore tra l’atro di Final
Fantasy VI, Chrono
Trigger e Xenogears,
tanto per citarne tre a caso), Blue Dragon è un jrpg di stampo classico che, al
pari della prestigiosa serie di Dragon Quest, sfrutta il particolarissimo quanto
ormai abusato design del popolare “mangaka” Akira Toriyama. Partendo da
simili premesse è inutile negare che le aspettative sul titolo in questione
fossero assai elevate. Purtroppo, come vedremo nel dettaglio in seguito, le
grandi speranze riposte nel titolo Mistwalker sono state per la maggior parte
disattese, impedendo così a quest’ultimo di ottenere quel successo sul quale la
Microsoft aveva ovviamente riposto gran parte delle proprie ambizioni.
Essendo stato concepito come una vera e propria testa di ponte per il ricco
mercato giapponese, Blue Dragon sembra rinunciare quasi a priori a qualsiasi
forma di sperimentazione, cercando di far breccia nel cuore del giocatore con la
pedissequa riproposizione di tutti quei clichè propri del genere d’appartenenza.
Ritroveremo perciò i classici combattimenti a turni, la tipica world map ricca
di dungeon e città da esplorare, nonché quell’ambientazione
fantasy/adolescenziale che con ogni probabilità rappresenta il vero marchio di
fabbrica dell’universo jrpg. Le uniche due eccezioni a tale schema sono
rappresentate dall’inserimento delle “ombre”, ossia una sorta di emanazione
spirituale in grado di combattere per conto dei nostri personaggi (ma la cui
funzione rimarrà prettamente coreografica) e nella possibilità che avremo di
sfidare più gruppi di nemici contemporaneamente. Operazione, quest’ultima, che
ci consentirà sia di limitare i caricamenti con le conseguenti interruzioni di
gioco che di ottenere un maggior numero di punti esperienza. Interessante
risulta altresì il sistema di acquisizione delle abilità, che ci permetterà di
attribuire e cambiare a piacimento la specializzazione di ciascuno dei nostri
personaggi, facendogli così ottenere differenti poteri da sfruttare in
combinazione fra loro. Purtroppo l’elevato livello di personalizzazione che
questo sistema sembra garantire viene sostanzialmente nullificato dalla rapidità
con cui riusciremo ad entrare in possesso delle suddette abilità, cosa che verso
la fine del gioco tenderà a restituirci cinque personaggi “tuttofare”
praticamente intercambiabili fra loro. Inoltre, se tale impostazione finisce col
ricordare vagamente quel Dragon
Quest VIII uscito per PS2 qualche anno prima, ben più
spudorato appare il plagio del settimo episodio della serie Final Fantasy, dal
quale vengono letteralmente riciclate sia le evocazioni che le “limit break”,
fondendole assieme in un sistema furbescamente ribattezzato “corporeo”.
Come ogni estimatore del genere ben sa, il vero fulcro di ogni gioco di ruolo
risiede nella storia; aspetto che, se ben sviluppato, può far passare in secondo
piano persino delle carenze strutturali abbastanza gravi. Anche sotto questo
punto di vista, però, Blue Dragon finisce col fallire miseramente, proponendo
una trama infantile e del tutto priva di spunti di riflessione, la quale cerca
inutilmente di tenere desto l’interesse del giocatore introducendo continui
colpi di scena tanto forzati quanto prevedibili.
A chiudere il cerchio su questa assai poco entusiasmante panoramica ci
pensano, infine, un livello di difficoltà decisamente calibrato verso il basso
ed un comparto tecnico assolutamente al di sotto delle capacità dell’Xbox 360.
Se il primo di questi due difetti preclude il titolo a quella fascia di
appassionati ed “hardcore gamer” alla quale sembrava inizialmente indirizzato,
il secondo finisce col tagliare fuori anche quei giocatori maggiormente attratti
dall’impatto estetico generalmente offerto da simili produzioni. Difetto,
quest’ultimo, che trova solamente una parziale giustificazione nella relativa
inesperienza del team, alle prese per la prima volta con una console all’epoca
relativamente giovane; in quanto, al di là delle tessiture decisamente mediocri
e di una modellazione poligonale appena sufficiente, i maggiori difetti del
titolo possono essere riscontrati proprio sotto il profilo artistico, incapace,
proprio come il resto del gioco, di proporre alcunché di veramente originale od
affascinante.
Alla luce di quanto sopra, il miglior modo per descrivere Blue Dragon in una
sola parola è sicuramente “superfluo”. Il titolo Mistwalker, infatti, sebbene si
lasci portare a termine abbastanza volentieri, proponendo anche alcuni sprazzi
di relativo divertimento, finisce col pagare pesantemente il suo voler essere
eccessivamente “ruffiano”. La totale mancanza di originalità, un livello di
difficoltà a tratti irrisorio ed un comparto tecnico cronicamente privo
d’ispirazione ci consegnano un titolo che fa del “già visto” e del “già fatto”
il proprio tratto distintivo.
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