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  • The Evil Within

    Difficile conciliare una descrizione che vorrebbe definirsi accurata di the Evil Within evitando di cadere negli spoiler più biechi. Perché se è vero che l’ultima opera di Shinji Mikami punta forte su un gameplay convincente, è altrettanto vero come fosse anche la qualità narrativa un cardine di questo progetto. Rovinare ai lettori i colpi di scena cui andremo incontro sarebbe un peccato, considerando che parliamo di un gioco esclusivamente single player dalla trama molto guidata. Non avremo quindi a che fare con un open world gigantesco, bensì con una storia lineare e densa di colpi di scena. Storia della quale cercherò di anticipare il meno possibile, poiché, sebbene sia uscito da un po’ di tempo, non è detto sia assente il rischio che si compia l’effetto del brano “Kevin Spacey” di Caparezza (una vera e propria fabbrica di anticipazioni: in quel caso si trattava di pellicole già uscite da anni, ma non tutti hanno già avuto l’occasione di vederli! Peggio ancora, togliere ad un aspirante indagatore dell’impossibile la novità della narrazione faticosamente creata da Shinji Mikami, sarebbe ancora peggio, quindi cercherò di limitarmi.

    The Evil Within potrà fare la felicità degli appassionati di horror di stampo survival, e spero non solo loro, poiché il cuore del gioco sarà composto da fasi d’azione in seconda persona. Horror + Mikami + visuale in seconda persona? Il pensiero vola a quel giocone che fu Resident Evil 4, che traghettò la serie horror per eccellenza nel presente, in un capitolo così ben realizzato che neppure i due sequel – nonostante le indubbie e inevitabili superiori prestazioni tecnologiche – seppero tenergli testa.

    Chiaramente in questa sede non si sta trattando di Resident Evil 4: tra quest’ultimo e The Evil Within (del 2014) sono passati un po’ di anni: il fatto che sia usato ancora adesso come paragone è tuttavia indicativo della qualità dello stesso. In un’avventura da vivere in solitaria l’importanza di un autore permane, e qui si percepisce distintamente il tocco del creatore dei primi Resident Evil: Mikami si era già ritirato dall’esilio in cui si era recluso dopo aver rotto con Capcom in occasione della collaborazione con un’altra grande personalità della scena videoludica giapponese, nientemeno che Suda51, con cui ha diretto Shadows of the Damned, per poi fondare Tango Gameworks, etichetta indipendente, il tutto sotto l’egida del publisher Bethesda: come loro opera prima hanno sfornato The Evil Within, titolo totalmente inedito.



    Inedito sì, originale sì, e riesce a prender il buono da diversi grandi classici senza risultare derivativo: il fantasma (lo zombie?) di Resident Evil aleggia sulla produzione e non si possono non evidenziare i momenti di pura spaesatezza che ci hanno donato i migliori Silent Hill. Lo si vede nella scelta delle ambientazioni, dall’estetica “graffiata”, dal peso di ogni nostra singola azione. Tra le nuove caratteristiche avremo una inerzia nei movimenti (non siamo dalle parti di Killzone 2, però obbliga a porre attenzione alle proprie mosse…) e una generale scarsità di munizioni, che non ci renderanno vulnerabili come in Outlast, ma che ci faranno ponderare più volte come agire per oltrepassare gli ostacoli che ci si pareranno di fronte.

    Il gioco inizierà in medias res: impersoneremo il detective Sebastian Castellanos e dovremo rispondere a una segnalazione abbastanza inquietante: ci troveremo presto a dover investigare quanto accaduto in un ospedale psichiatrico, inspiegabilmente colmo di cadaveri. Il responsabile, a sentire uno dei pochi infermieri scampati al macello, potrebbe essere uno dei pazienti. Ma non si ha alcuna idea, e comunque è necessario entrare e stanare il responsabile. Una volta entrati nella struttura, non passerà troppo tempo che incontreremo un inquietante figura incappucciata, e da quel momento le cose per noi andranno sempre peggio. Se nei primi momenti avremmo potuto pensare ad un giallo quasi classico, e se l’introduzione di tematiche sovrannaturali avrebbe potuto farci pensare di essere alle prese con un nuovo Murdered: Soul Suspect – magari un po’ più pulp –, le cose inizieranno a mutare radicalmente dopo il nostro risveglio nel sotterraneo della struttura, dove dovremo sfuggire ad un paziente decisamente corpulento, armato con una motosega il cui rumore ci farà capire che sarà meglio andarsene il prima possibile. Magari senza disturbare il lavorare il lavorìo del Saw sotto steroidi.
    Ho trovato ben caratterizzati i personaggi, sia i comprimari di Sebastian (tra le quali spicca Juli Kidman, sua collega in questa indagine: avremo a che fare con questa affascinante investigatrice in alcuni momenti di gioco, ma senza scomodare modalità multiplayer, tranquilli!) sia i nemici: che fossero boss o avversari comuni, ognuno di essi non sembrerà trovarsi lì in maniera forzosa, ma avrà il suo pezzettino nel mondo di TEW.



    Sappiate infine che dopo la fuga disperata del nostro Sebastian il gioco inizierà a rivelarsi: ben presto capiremo che il manicomio rappresenta il punto cardine di una al momento non meglio precisata catastrofe, la quale sta causando la distruzione delle città e che sta facendo mutare gli abitanti in mostri assetati di sangue. Mostri che non vorranno cedere neppure dopo morti: alcuni si rialzeranno per continuare a tormentarci, e solo incendiarli con l’aiuto di un cerino ci assicurerà la loro dipartita definitiva. Ovviamente di questi zolfanelli non ne troveremo in quantità, lo stesso dicasi per i proiettili: ci troviamo in un titolo che non dimenticherà di anteporre la definizione di survival all’horror! Per rendere ancora più malsana l’avanzata nelle diroccate ambientazioni cui metteremo piede, l’avanzata di Sebastian sarà resa difficoltosa anche a causa delle allucinazioni che colpiranno il nostro protagonista, e spesso ci si potrà chiedere se tutto quello cui staremo assistendo sullo schermo corrisponderà alla realtà… Un po’, come si diceva, similmente a quanto accaduto in alcuni Silent Hill. Il confine tra sanità mentale e follia sarà un cardine del racconto che vivremo su schermo. Il fatto che i punti di incremento delle abilità di Sebastian corrispondano a sedute di elettroshock non è che sia molto incoraggiante…
    Riguardo alla componente l’horror, troveremo una commistione tra due filoni: da una parte avremo l’orrore grandguignolesco, quasi esibito: litri di sangue sulle pareti, oscene macchine da tortura, orrende creature, addirittura qualche jumpscare che colpirà chi non saprà stoicamente sopportare l’angoscia che TEW intende provocare nel giocatore. Dall’altra parte c’è l’atmosfera a volte onirica, l’ansia del dubbio, i fatti inquietanti che si susseguono uno dopo l’altro, il tema della follia sempre presente. Un pizzico di Soma, insomma.



    Solo per citare un paio di raffronti con titoli aventi un budget oscillante tra il medio e l’interessante: nei titoli di questa generazione, almeno fino a metà 2016 - ho trovato delle atmosfere a tal punto ansiogene ed in cui fosse necessario proseguire accortamente per evitare di fare una brutta fine ogni due passi solo in Alien: Isolation, e delle atmosfere così lugubri e malsane in Bloodborne.
    La difficoltà non ci renderà il viaggio troppo permissivo, a meno che non settiate la modalità “Inesperto”, cosa che consiglierei di evitare, a meno di non trovarsi proprio impossibilitati a proseguire… Uno dei punti di forza sarà proprio non poter immaginare cosa ci aspetterà dietro l’angolo e scoprire come reagire dinanzi ai sempre nuovi orrori che proveranno a sbarrarci la strada sarà fonte di discreta soddisfazione. Anche perché Mikami ha chiaramente deciso di rendere frustrante l’avanzamento a chi si dimostrerà troppo frettoloso, e solamente le nostre cautele ci daranno qualche possibilità di sopravvivenza.

    Andare a tutta velocità sperando di fare affidamento sul proprio – striminzito – arsenale sarà spesso una delle principali cause di morte prematura. Meglio avanzare facendo attenzione ad ogni dettaglio. Non solo per quanto riguarderà il gioco (tenete ben desta l’attenzione, alcuni enigmi non saranno così banali da superare), ma anche per quanto concerne il lato tecnico: soprattutto in titoli come questo pure i dettagli meritano: abbiamo a che fare con un titolo cross-gen, tuttavia realizzato piuttosto bene: senza troppi fronzoli, dove non arrivano i puri poligoni arriva l’estro artistico di Mikami, il che rende TEW anche più vivo e pulsante di molti altri giochi tecnicamente più avanzati.

    Post Scriptum: il gioco base saprà intrattenervi per una dozzina abbondante di ore, ma chi volesse respirare più a lungo ancora le atmosfere malsane di questo horror, non tralasci l’acquisto dei DLC, che ampliano le prospettive. Rigorosamente in single player, in The Assignment vestiremo i panni di Juli Kidman, la collega di Sebastian, che ha lavorato con noi sul caso. Nel caso vi fosse stato qualche perplessità su alcune sue azioni, avremo modo di rispondere ad alcune di queste perplessità proprio in questo DLC, il cui titolo ricorda da vicino il graditissimo extra Ada Assignment di Resident Evil 4. In questo episodio le cose saranno ancor più complicate, con una Juli che dovrà fare molto più affidamento sulle abilità stealth che sul combattimento.



    Per la seconda puntata dell’avventura della bella investigatrice dovrete scaricare The Consequence, che toccherà ulteriori climax narrativi e porterà un po’ più d’azione (e un paio di boss niente male!). Questo DLC “chiude” l’avventura ed è altrettanto consigliabile recuperarlo. Chi ha apprezzato il gioco base troverà in questi due scenari una mezza dozzina di ore di inedita tensione aggiuntiva che sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire. Insomma, una doppietta di DLC che chi ha apprezzato TEW proprio non dovrebbe lasciarsi scappare, poiché amplia la trama di gioco in maniera ottimale, dando inoltre più spazio all’interessante personaggio di Juli Kidman.

    Diversa la questione per The Executioner: interpreteremo un personaggio “corpulento” che non vi aspettereste mai di interpretare, e per di più con una visuale in prima persona. A tratti sembrerà di essere in un altro gioco! Poca trama, pochi spaventi, ma molta più azione e massacri, con diversi stage e addirittura un punteggio. Avremo a che fare con una buona quantità di esseri, cose, persone e boss da uccidere col nostro fidato martello gigante (e non solo). Estremamente più “arcade” non solo dei due DLC precedenti, ma anche del gioco stesso. La si potrebbe considerare come una nuova modalità, di sicuro un altro punto di vista, anche se non aggiungerà molto alla storia. Gradevole, seppur non imprescindibile; ma merita di essere quantomeno provato.



    Consigliabile a diverse categorie di giocatori, sarei felice che coloro i quali avessero un po’ di nostalgia per un genere andato via via spegnendosi negli anni quale quello degli horror ad alto budget potessero dargli una possibilità. Lo consiglierei anche a chi ne fu almeno indeciso al momento dell’uscita: dotato di un gameplay efficace e capace di resistere al tempo, capace di ispirarsi cogliendo il meglio da molti colleghi, senza tuttavia copiare,The Evil Within punta forte sull’atmosfera, e come gli horror classici che tutti ricordiamo (e ci saranno dei motivi se li consideriamo dei classici!) anche quest’opera di Shinji Mikami e di Tango Gameworks merita di occupare un posticino nel cuore degli appassionati di questo genere.





    Commenti 1 Commento
    1. L'avatar di Kintaro
      Kintaro -
      Bellissimo gioco secondo me