Nel 1989, la Seibu Kaihatsu regalava alle sale giochi giapponesi uno dei coin-op più gettonati, è proprio il caso di dirlo, di quei tempi. La chiave del successo fu nella sua personalità: muovendosi nell'ambito dello shooter tradizionale e senza apparenti rivoluzioni, Raiden trascinava in alto il ritmo cardiaco del giocatore, infondendogli subdolamente una costante condizione d'allerta. La svolta è al primo boss: un avveniristico carro armato dalla smodata potenza di fuoco eppure accessibile nella sfida. Un controsenso? No, affatto. Raiden presenta i germogli di quello che oggi viene definito “manic shooter”, un sottogenere della categoria sparatutto peculiarizzato dall'elevata presenza di proiettili, senza che essi, tuttavia, ne compromettano la giocabilità. Un equilibrio apparentemente contraddittorio che viene generalmente sostenuto da una moderata velocità degli stessi proiettili e da una superficie di vulnerabilità del nostro mezzo ridotta.
Raiden, come anticipato, rappresenta solo un primo passo verso questo “new taste”, eppure rimaneva straordinariamente distinguibile. A supportarne il gradimento c'era un reparto audiovisivo decisamente apprezzabile, stilisticamente vicino al “soft-fantascientifico” tipico giapponese, corredato di musiche orecchiabili. Caratteristici i suoi rallentamenti: nelle situazioni, non certo rare, di sovraffollamento sullo schermo, la velocità di gioco subiva una drastica frenata che permetteva ai giocatori di districarsi più agevolmente nella ragnatela di proiettili. Voluti o meno che fossero, erano dannatamente utili!
Nel 1993 nacque una nuova speranza. Anzi, addirittura nel 1991, ma le cose non andarono per il meglio. La Atari acquisì i diritti di conversione dello shooter giapponese, con l'intenzione di portarlo su Lynx e su Panther, una promettente piattaforma che doveva inserirsi nella lotta fra Super Nintendo e Megadrive. Alla fine, complice probabilmente uno sviluppo non del tutto convincente, la produzione di questa console fu cancellata dai piani della casa americana che, sconfortata da un quadro economico non molto gratificante, decise di canalizzare tutte le risorse nel più ambizioso progetto Jaguar. Raiden era già in una fase avanzata di sviluppo per il Panther, perchè non riesumarlo per il lancio del Jaguar?
Qualche perchè, a dirla tutta, ci sarebbe: perchè Raiden non era più un titolo di “primo pelo”, perchè un programma nato per una macchina a 16-bit avrebbe potuto sfigurare su una a 64 (presunti), perchè il genere degli sparatutto era in declino... D'altra parte bisognava fare i conti con una line-up di lancio misera a dir poco e con terze parti disinteressate come non mai. Meglio ripescare Raiden...
Dopo qualche ritocco al codice per adattarlo alla nuova piattaforma, il più era fatto. Ora bisognava convincere il pubblico.
Dietro la conversione c'era il team degli Imagitec Design, dei ragazzi dalla formazione poliedrica: i loro lavori spaziano da conversioni di titoli di primo piano (Speedball 2, Lotus 2) per varie piattaforme, fino a giochi di ruolo old-style come Daemonsgate passando per le meccaniche arcade spensierate di Gadget Twins. Il massimo della loro carriera, tuttavia, lo raggiunsero con la saga di The Humans, un puzzle game di rispettabile popolarità in cui controllavamo un manipolo di trogloditi alle prese con vari problemi. Cosa c'entravano gli Imagitec Design con Raiden? Vennero forse contattati per la loro esperienza in fatto di conversioni, ma il Jaguar finì col rappresentare la loro amata tomba, tant'è che continuarono imperterriti a svilupparci giochi fino al 1996. Contenti loro...
Apprezzabile la colonna sonora: già in sala giochi potevamo gustarci dei motivetti molto orecchiabili e capaci di guadagnarsi uno spazio nella nostra memoria, ma sulle assai più moderne potenzialità della macchina Atari i tunes si arricchiscono di una maggiore consistenza del suono in grado di enfatizzare gli accompagnamenti. I bassi sono decisamente più pieni e le percussioni molto più convincenti, per una resa finale rispettosa dell'originale fragranza nipponica ma sensibilmente moderna.
Ed il gameplay? Raiden, di conversione in conversione, ha variato frequentemente il livello di sfida, passando da quella piuttosto accessibile del Megadrive alla follia conosciuta su PC Engine. Su Jaguar c'è una contraddizione: alcuni nemici sembrano necessitare di molti colpi per andar giù, forse persino più di quanto bisognava fare in sala, ma i proiettili dei nostri avversari sono molto più lenti di quelli del coin-op. Ne risulta un'esperienza godibile, meno frenetica ma più accessibile per tutti. Perde un po' del tono “manic” che stava seminando e si adegua intelligentemente al giocatore medio, possibile acquirente del Jaguar e relativa conversione. Un prodotto focalizzato con successo sul suo target, ma che non aveva ancora fatto i conti col suo nemico in casa: il pad. La macchina Atari forniva “di serie” (e senza alternative) un caratteristico controller con croce e tre pulsanti standard, coadiuvato da un tastierino numerico alquanto ingombrante. Quest'ultimo penalizzava ineluttabilmente l'impugnatura e gli utenti non potevano nemmeno affidarsi ad una croce direzionale impeccabile, in quanto alla perfezione della quattro direzioni principali affiancava una certa approssimazione nel rilevamento delle diagonali. Non era un difetto trascurabile...
Un ulteriore problema di questo Raiden, soprattutto per chi aveva appena speso un bel po' di grana per portarsi a casa un Jaguar, era l'incamuffabile look da 16-bit che si portava appresso che strideva con la dicitura “64-bit interactive multimedia system” in bella mostra sulla console. Col potenziale disponibile si poteva fare di più, eccome, ma in ottica di retrogaming il rancore viene ridimensionato e ci si può accontentare dell'avere fra le mani il migliore adattamento europeo dello shooter Seibu Kaihatsu.
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Comunque si, un porting quanto meno modesto.
bisogna ancora aspettare un pò