Jungle Hunt | Retrogaming History
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    Jungle Hunt

    Realizzare un titolo multievento era uno degli obiettivi meno agevoli da centrare nei primi anni Ottanta. Il problema, è chiaro, era relativo a limiti di memoria penalizzanti. La Taito tentò ugualmente di percorrere questa via ed immaginò un re della giungla, fin troppo somigliante a Tarzan, alle prese con la liberazione della propria fidanzata, rapita da una tribù di cannibali. Ci pensò subito il copyright a mettere un bastone fra le ruote della Taito e, per palese infrazione dei diritti d'autore, il Tarzan farlocco cedette il posto ad un esploratore alle prese, tuttavia, con la medesima avventura. Per quanto ci riguarda, l'unica differenza sostanziale riguarda il differente disegno dello sprite da noi controllato, tutto quanto il resto rimane immutato nella nuova versione.

    Il prodotto è divisibile in quattro stage: nella prima fase ci troveremo fra gli altissimi alberi della giungla e dovremo spostarci da destra a sinistra tramite l'ausilio di alcune liane, prestando attenzione al timing dei nostri salti ed alla presenza, nelle fasi avanzate, di alcuni primati a complicarci le cose; subito dopo, il nostro avatar dovrà percorrere un corso d'acqua, infestato da classici coccodrilli affamati che potremo ammazzare tramite l'ausilio di un pugnale, evitando anche delle correnti d'aria che minano i nostri spostamenti; il terzo stage ci vede correre su per una collina, assediati da massi in caduta libera di diverse dimensioni e sarà necessario saltare o passarci sotto per scongiurare la perdita di una vita; l'avventura si conclude con il salvataggio della nostra fidanzata, appesa sopra una pentola pronta a trasformarla in pietanza, e dovremo evitare di collidere con gli indigeni e le loro lance mentre fanno la guardia alla prigioniera.



    L'ambientazione è suggestiva, la giungla riesce puntualmente a far leva sulla voglia d'avventura insita nella puerile immaginazione del videogiocatore. Evocativo il salto fra le liane, seppure tra il farlo con Tarzan, con tanto di storico urlo, o con l'esploratore ci sia una certa differenza di attrattiva. La nuotata fra i coccodrilli non è indimenticabile, così come l'evitamento dei massi, ma il gioco ritrova splendore nella simpatia degli indigeni mascherati e nella fidanzata penzolante, brillante tributo ai luoghi comuni sulle usanze dei popoli autoctoni.

    Tra un livello e l'altro, non può che risaltare l'esperienza della Taito nel campo dei videogiochi, con dei controlli sempre efficaci e puntuali, e con la naturale inclinazione al divertimento che caratterizza i suoi prodotti. Meritevole la realizzazione tecnica: come anticipato, gli elementi animati sono realizzati con cura, ma anche nei fondali si riscontra la medesima competenza, soprattutto in occasione del parallasse, non invadente ma opportuno; seppur la colonna sonora consista in un unico motivetto, esso è davvero orecchiabile e perfettamente integrato nel contesto, veloce e incalzante proprio come dovrebbe essere l'accompagnamento per la riscossa della fidanzata.




    Impossibile non accostare Jungle Hunt e Pitfall: nonostante la genesi dei due titoli sia stata pressochè contemporanea, si può supporre che il ripiego sull'avventuriero per i citati problemi di copyright sia stato suggerito dal fenomenale gradimento riscontrato dal personaggio di Harry Pitfall, senza contare che la Atari, maggior beneficiaria del successo del titolo Activision, fece di tutto per accaparrarsi l'esclusiva di conversione di questo coin-op Taito. La natura multievento del prodotto giapponese limita le somiglianze nel gameplay a singoli passaggi e, a dispetto di una varietà maggiore, soffre di pesanti limiti in fatto di longevità: tre minuti appena ci vengono richiesti per completare un passaggio completo fra gli stage del gioco, rapide escursioni che rapiscono il nostro interesse con la stessa velocità spesa per rilasciarlo. Venti minuti in Pitfall non bastavano a percorrere le oltre duecento schermate di gioco, venti minuti in Jungle Hunt, se possibili, risulterebbero di una noia insistente. Il game design si è piegato ad esigenze di sceneggiatura, rendendolo un'esperienza indimenticabile grazie alla vocazione cinematografica del titolo, ma dal limitato fattore di rigiocabilità, persino per un coin-op, difetto che si amplifica in tema di retrogaming, dove l'interesse a lungo termine è prioritario. Indimenticabile, ma divertente solo per sessioni saltuarie.


    Atari VCS
    Quella per la più piccola console Atari è una conversione molto ben programmata, nonostante si discosti dall'originale per esigenze hardware. Ogni stage presenta delle modifiche tecniche che incidono sul gameplay, come le scimmie mancanti nelle fasi avanzate del primo segmento, le bolle assenti nel secondo o gli indigeni del finale che si affrontano uno alla volta piuttosto che insieme. Il gioco risulta molto ben fatto (è presente persino il parallasse) e divertente, ma addirittura più facile, grosso problema per un prodotto di per sé scarsamente longevo. Vista la macchina sulla quale gira, rimane un prodotto di livello più che buono.


    Atari 5200
    Il gioco è fedele al coin-op, ma sprites e scrolling si muovono poco armoniosamente ed i controlli sono poco precisi. Giocato in emulazione con un semplice joypad o sulla console originale con un joystick non analogico può offrire del divertimento, ma i comandi continuano a non rispondere alla perfezione. Brutto anche il sonoro.


    Colecovision
    Senza dubbio la migliore conversione disponibile per Jungle Hunt. La grafica è fluidissima e ben disegnata, e la tipica colorazione del Colecovision gli conferisce un look ancora più cartoonesco. I controlli sono buoni e i programmatori hanno persino inserito diversi livelli di difficoltà. Ottimo lavoro, peccato solo che non siano state implementate le musiche.


    Commodore 64
    Conoscendo le potenzialità della macchina, una delusione. La grafica non brilla per ispirazione e, soprattutto, scatta fastidiosamente, sembra un porting mal riuscito dai computer Atari. I controlli sono rivedibili, ma il sonoro è orribile: non solo le musiche sono assenti (ma sapevano di avere a disposizione un certo SID?), il vero dramma sono i fastidiosi effetti sonori, campionati male ed utilizzati peggio.





    "Sarebbe stato il perfetto Tarzan videoludico e la sua straordinaria imprimibilità lo ha reso indelebile nelle memorie dei videogiocatori. Rimane comunque un multievento limitato e poco longevo, ma divertente e senza dubbio un classico."


    Gianluca "musehead" Santilio





    Commenti 1 Commento
    1. L'avatar di wish
      wish -
      Sarà un mio limite, ma giochi di queste età se non li vivi ai tempi non riesci più ad apprezzarli. Li si prova un attimo solo per scopi "culturali".