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  • Wolf of the Battlefield: Commando 3

    Wolf of the Battlefield: Commando 3

    Era il 1985 quando la Capcom portò nelle sale giochi Commando, uno sparatutto a tema militare caratterizzato da uno scorrimento lungo l'asse verticale e nemici di vario genere che scatenavano il loro arsenale contro di noi. Buono il successo anche nel campo delle conversioni, con quella per Commodore 64 impreziosita dalla colonna sonora firmata da un grandioso Rob Hubbard, e generale ottima penetrazione nelle case dei videogiocatori che ha conferito a Commando una certa popolarità. Nonostante ciò, sono dovuti passare sei anni prima che dal Giappone ne preparassero un vero seguito (vi fu una parentesi con Bionic Commando, spin-off con quasi nessun punto di contatto con l'originale), ma Mercs fallì nel bissare la gloria del predecessore, pur vantando indubbie qualità, in primis la possibilità di giocare in tre contemporaneamente.

    Di lì a poco, il mondo dei videogiochi si sarebbe mosso verso tridimensionalità e gameplay meno immediati che spinsero la Capcom a non ripescare questa serie. Tutto è cambiato con la distribuzione digitale, la quale ha posto i videogames nella condizione di non avere più bisogno di sgomitare per guadagnarsi l'ambita visibilità sugli scaffali dei negozi, facendoli arrivare sugli hard disk delle nostre macchine con un semplice download.




    Il terzo Commando, Wolf of the Battlefield (che altro non è che la traduzione del titolo giapponese del capostipite della serie, Senjo no Okami), si è presentato nel 2008 su XBLA e PSN come un piccolo programma da poco più di 100 MB, dimensioni contenute che incideranno sulla sua fisionomia generale. Il team "in regia" è quello dei Backbone Entertainment, caratterizzato da un curriculum privo di grandi successi tanto quanto di fallimenti, pieno di titoli "carini" prevalentemente pubblicati sul mercato handheld come i Death Jr. o gli adattamenti di Spyro per il Game Boy Advance.

    Dopo il breve download, la prima sensazione è che i toni di Wolf of the Battlefield siano piuttosto dimessi. Il menu iniziale e la presentazione sono all'insegna dell'essenzialità, con grafica caratterizzata da pochi tratti e linee sobrie che assecondano una narrazione che segue una direzione da fumetto, con poche vignette e pochissime animazioni. Ora come in passato, la narrazione non appartiene in alcuna maniera alle priorità del gioco e funge esclusivamente da umile pretesto per introdurre all'azione.

    Le opzioni disponibili palesano la vocazione multiplayer del titolo, il quale ripresenta la modalità a tre giocatori in contemporanea già conosciuta in Mercs. Per nostra fortuna e comodità, è contemplata la possibilità di reclutare compagni online, anche se non si può affatto dire che vi sia particolare abbondanza di giocatori in attesa di chiamata. I tre personaggi che potremo controllare vantano specifici bilanciamenti dei parametri di resistenza, velocità e capacità di inventario (utile per trasportare più bombe), le cui variazioni saranno decisamente tangibili a partita iniziata. Manca del tutto una caratterizzazione di altro genere, anzi, si potrebbe muovere una critica a riguardo della banalità con la quale sono stati architettati i modelli tridimensionali e le corrispettive versioni stilizzate per le vignette.




    Dopo avere scelto fra i quattro livelli di difficoltà ed aver volto un rapido sguardo alla mappa, che rivela la presenza di cinque stage, parte subito l'azione. Proprio come in Mercs, si comincia da una spiaggia che precede una giungla ed un occhio attento non può che soffermarsi sulla sobrietà, a tratti eccessiva, dell'impianto tecnico: il problema maggiore è relativo alle texture, mai sgranate ma di modeste dimensioni che vanno incontro ad un inevitabile ed evidente ripetizione del pattern; la modellazione degli scenari presenta elementi costituiti da pochi poligoni ma solitamente proposti in grande quantità, come ad esempio le palme del livello della giungla, ma che occasionalmente lasciano le aree di gioco desolatamente poco decorate. A vivacizzare il display ci pensano le ondate di nemici, a decine per volta, anch'essi strutturalmente semplici, ma che avrebbero sconvenientemente goduto di una modellazione più articolata che mal si sarebbe sposata con l'importanza di mantenere un solido framerate per tutta la durata della partita, qui meritevolmente fisso a 60 aggiornamenti al secondo anche nelle situazioni più affollate. Quasi trascurabile, invece, il lavoro dei compositori musicali, "umiliati" dal fragore delle esplosioni che alla fine dell'esperienza di gioco lascia col giustificato dubbio di avere ascoltato o meno un accompagnamento sinfonico. Prestando la giusta attenzione, è possibile avvertirne la presenza ma non carpirne la melodia, soffocata dal rumore generale. Avremmo potuto definirlo funzionale, come nel caso della melodia del menu iniziale e della qualità degli effetti sonori nel complesso, se solo avesse goduto di un volume più alto, ma allo stato delle cose lo si può considerare nient'altro che superfluo.




    E' necessario farsi strada tra i cinque livelli di gioco affidandosi al controllo delle due leve analogiche del pad: una per controllare gli spostamenti del nostro avatar, l'altra per direzionarne il fuoco. E' l'ormai consolidata struttura dei "dual stick shooter", un tempo rara conquista di Robotron 2084 e Smash TV che ha recentemente dato vita ad un florido filone di sparatutto. Con l'imposizione dell'indipendenza tra spostamento e direzione di sparo, Wolf of the Battlefield si distanzia da Commando e Mercs. Il fuoco è automatico e partirà al minimo tocco della leva e non poteva essere altrimenti in considerazione della spropositata quantità di nemici presenti sullo schermo. Potremo affidarci a quattro diverse armi, dal mitragliatore ad un fucile ad ampio raggio, dal lanciarazzi al lanciafiamme (ripescato dopo il gradito debutto in Mercs), ognuno potenziabile tramite alcuni power-up davvero centellinati, mentre vale la pena anche citare la disponibilità di granate (il cui lancio richiederà un momentaneo, ma rischiosissimo, arresto del nostro avatar) e il raid aereo (presente in Mercs ed equivalente ad una smart bomb). Se nella partita in singolo conviene puntare sulla versatilità del mitragliatore d'ordinanza, nel multiplayer assume deciso rilievo la diversità d'equipaggiamento che permetterà al gruppo di approntare specifiche strategie d'attacco. In generale, però, la maniera migliore di divertirsi è quella di puntare al gioco in doppio per scongiurare un eccessivo e deleterio affollamento del display: a differenza di Mercs, infatti, il fuoco continuo si traduce in gradevole vivacità che alla presenza di tre giocatori diventa a tratti puro caos. La stessa visuale di gioco, relativamente ravvicinata, si presta poco ad offrire campo di manovra per tutti.




    Non possono che suscitare perplessità la varietà e la longevità del gioco. Il completamento dell'avventura proposta si esaurisce nell'arco di mezz'ora circa, rispecchiando fedelmente quelle che erano le tempistiche dei coin-op di una volta. Fin qui nulla di male, se non fosse per una difficoltà che risulta davvero impegnativa solamente al livello più alto. Non è possibile rimediare, invece, alla carenza di varietà che affligge il campionario di nemici, quasi interamente costituito dalla solita "carne da cannone" con fuoco indifferenziato, con poche unità speciali ed un paio di mezzi corazzati. E' anche questo in linea con il profilo arcade pedissequamente rispettato dagli sviluppatori, ma proprio la varietà è uno degli aspetti sui quali i grandi mezzi della tecnologia contemporanea possono far valere il loro peso senza rischiare di snaturare la formula originale. Il problema è più irritante per quanto riguarda i boss, dato che ve ne sono appena due: il riuscito avversario finale ed un enorme carro armato che si presenta al termine di due livelli. Neppure un boss per ogni stage. Appellarsi alle molto contenute dimensioni del programma vale come solo parziale giustificazione.

    COMMENTO FINALE


    "Distante anni luce dalle ambizioni che avevano caratterizzato Mercs e Commando, Wolf of the Battlefield vuole solo offrire, riuscendoci, azione spensierata e divertente senza la pretesa di imporre nuovi standard per il genere. Soffre un'eccessiva sobrietà audiovisiva che si traduce in un ammanco di personalità, con un eccesso di elementi funzionali e pochi spunti creativi. Sincero è però il godimento che si trae dalle partite in multiplayer, con i pattern di attacco dei nemici che ben si prestano ad essere affrontati con tattiche fino a tre (ma è meglio due) giocatori. Un videogioco rispettoso delle sue origini arcade, gradevole ma col demerito di avere lasciato evidenti margini di miglioramento."

    Gianluca "musehead" Santilio





    Commenti 1 Commento
    1. L'avatar di P.Min
      P.Min -
      lo acquistai come primo titolo quando connettei per la prima volta la ps3 ad internet, molto divertente da giocare in 2 e in 3, come daltronde successe con Mercs essendo allora la succosa novità in tema di gameplay. Rimane pur sempre meglio il primo Commando... finirlo sul Commodore 64 fu un'impresa con mio fratello, e con esso conservo uno dei ricordi più piacevoli della mia infanzia da giocatore. con Commando 3 è fare una piacevole partita Arcade per stimolare i dejavue.