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Cinemathrone #03 A Scanner Darkly

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Un film di Richard Linklater. Con Rory Cochrane, Robert Downey Jr, Mitch Baker, Keanu Reeves, Fantascienza, durata 100 min. - USA 2006. Ambientato in California, nella contea di Orange, in un futuro prossimo non troppo lontano, è la storia di Bob Arctor, agente della narcotici di Los Angeles che, infiltratosi tra i tossici alla ricerca della misteriosa e devastante sostanza M (come Morte), diventa a sua volta drogato.

Lento, sconclusionato e pesante da seguire, neanche un cast per me eccezionale (Downey Jr, Keanu Reeves e Woody Harrelson) riesce a salvare questo film, originale per carità ma con dialoghi inutili e una trama piatta. Una menzione speciale nel interessante effetto visivo che rende al meglio alcune scene. In conclusione Un film che mi ha regalato poche emozioni ma tanti sbadigli. 6.5

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Commenti

  1. L'avatar di musehead
    A me invece è piaciuto moltissimo. Bisogna considerarlo comunque nell'ottica di un tie-in di un romanzo scritto quando (1977) l'epoca delle droghe sintetiche era lontanissima da ciò che è oggi, così come i virtuosismi dello sci-fi, per la quale ragione alcune ipotesi tecnologiche sono piuttosto precarie (la tuta "mutante", ad esempio). E' Philip Dick, uno scrittore che ha anticipato buona parte della letteratura, del cinema ed addirittura della società moderna e per questo motivo molti dei suoi lavori si reggono su intuizioni piuttosto che su uno sviluppo estensivo. E' chiaramente questione di gusti, ma anche Blade Runner (tratto dal medesimo autore) può risultare noioso in quanto compassato per essere a sfondo poliziesco, mentre appare un capolavoro se analizzato per come rapporta creature e creatori. A Scanner Darkly è più "umile", egualmente pessimista ma essendo meno audace ci rivela un quadro più credibile, a mio avviso più coinvolgente e "palpabile". La mistificazione dell'ego causata dall'abuso di stupefacenti, del resto, non è fantascienza e ho adorato la maniera in cui è resa sia graficamente, come hai sottolineato, sia concettualmente l'azione della tuta "anti-identità", che costruisce un'immagine sfuggente e in perenne mutazione dell'individuo che custodisce.

    Tanto la psicosi da droghe, tanto lo smarrimento dell'io mi hanno colpito nel racconto di Dick e nel film. Ed a dispetto di un incedere tranquillo della pellicola, ho apprezzato anche la maniera di servire i colpi di scena, spiazzanti ed imprevisti, che non hanno bisogno di troppo chiasso per incidere.