The NewZealand Story venne rilasciato in sala giochi da Taito nel lontano 1988. Uno dei tantissimi giochi che ci ha lasciato in eredità la casa giapponese, un titolo che ebbe il suo maggior successo con la conversione per Amiga, un platform che ancora oggi scalda il cuore di tutti gli “amighisti” doc. Ebbene, in un periodo storico fatto di remake, reboot e (vergognose) versioni emulate (da Nintendo) a prezzi (fuori di testa), non poteva mancare la rielaborazione del tenero Tiki e delle sue avventure. Il gioco possiede la licenza di Taito, è 100% Made in Italy, grazie al lavoro del team di Bitobit, e riprende l’originale con qualche piccola aggiunta nei contenuti ed una vesta grafica completamente rinnovata. Disponibile al momento solo su PC.
UN KIWI CHE NON SI MANGIA
Tiki non è un pulcino. Cominciamo subito sfatando questa leggenda metropolitana. Nonostante le sembianze e il color giallo possano effettivamente fuorviare, Tiki è un uccello kiwi, animale simbolo della Nuova Zelanda. Oddio, non che queste vicende siano particolarmente interessanti, ma dal punto di vista storico, è interessante notare come Super Mario avesse pesantemente influenzato i suoi concorrenti dell’epoca. Tiki e la sua fidanzata Phee Phee, insieme ad una numerosa colonia di piccoli kiwi, vivono felici e contenti nello zoo di Auckland. La loro pace viene interrotta bruscamente da un malvagio leopardo di mare (e no, non era un tricheco) che decide di rapire l'intera colonia. Fortunatamente, Mari… eehm, Tiki riesce a sfuggire alla cattura e, armato di armi e coraggio, decide di attraversare i luoghi più iconici della Nuova Zelanda per liberare Phee Phee e tutti i suoi amici.
UN SOLIDO GAMEPLAY OLD-STYLE
Dal punto di visto prettamente ludico, non si può dire che New Zealand (per abbreviare) non sia divertente. I comandi sono reattivi e rispondono bene ai nostri input, molto bene se pensiamo che anche l’azione scorre fluida senza particolari cali di prestazioni (anche su Steam Deck è tutto ok). A mio parer, l’unico neo sta nell’uscita di Tiki dall’acqua, scomoda e poco controllabile. I livelli di gioco sono i medesimi dell’originale, con l’aggiunta di un mondo (inserito come quinto su sei) creato da zero per questa edizione: la zona ci porta all’interno di una miniera e propone un nuovo boss chiamato Wormageddon. E se il mostro non è mi dispiaciuto, mi sento invece di bocciare in toto il resto della zona, troppo più semplice e banale rispetto alle altre sezioni originali. Basti pensare che, senza averle mai fatte, due zone su quattro le ho completate in pochi secondi, trovando subito la strada per liberare gli amici di Tiki. Fortunatamente, il resto è rimasto invariato, la composizione dei livelli si dimostra sempre impegnativa e ben strutturata; ci vogliono, infatti, più tentativi per trovare la giusta via e liberarsi dei nemici che appariranno in ogni dove. Nemici che potremmo eliminare con le molte armi a disposizione (anche qui c’è stata qualche piccola aggiunta) oppure semplicemente “scalzandoli” dal loro mezzo volante, che sia un palloncino, una mongolfiera o un’astronave.
CAMBIAMENTI SENZA MIGLIORAMENTI. NE VALE LA PENA?
In opere di “restauro” come questa, i cambiamenti dovrebbero essere propedeutici a migliorare il prodotto originale. Il retrogaming è una corrente che non si può non avere nel cuore, ma bisogna capire che i tempi cambiano e il New Zealand che ha avuto successo nel 1988, non può più avere lo stesso successo nel 2026. Dico questo, perché creare una grafica carina e aggiungere qualche dettaglio non basta per emergere in un periodo dove escono migliaia di giochi all’anno (e tantissimi di alta qualità, se non di più). Bitobit ha il grande demerito di non aver voluto modernizzare la formula di gioco, lasciando un sistema a punti, oggi totalmente inutile e per nulla motivante. Rispetto all’originale dove si moriva al primo danno, qui la difficoltà è stata abbassata fornendo 3 cuori per ogni vita. Eh sì, ci sono le vite e quando muori ricominci da lì, ma con zero punti. E quindi? Una situazione che non stimola in alcun modo il giocatore moderno, se non a finirlo una volta e stop. Qui, si doveva stare al passo coi tempi, aggiungere magari qualche meccanica roguelite per conferire al gioco rigiocabilità e longevità. E invece, dopo “ben 71 minuti”, mi ritrovo ad avere salvato Phee Phee e non aver più nulla da fare.
